“Ah, la burocrazia dell’equità! Il Comune di Udine scopre l’Isee e lo impugna come una lancia morale per ridistribuire i fondi alle scuole paritarie.

Un decimo del contributo assegnato in base alla povertà certificata, un altro decimo per la sacrosanta presenza di bambini con bisogni speciali, il resto suddiviso tra numero di sezioni e residenza.

Un meccanismo contabile che si veste di giustizia sociale, ma che rischia di ridurre la scuola a un gioco di punteggi invece che a un luogo di educazione e libertà.

Sia chiaro, le scuole paritarie sono fondamentali, non solo per chi ci lavora ma per la pluralità dell’offerta educativa. Ma che bisogno c’è di questa ennesima corsa al calcolo dell’equità finanziaria? Siamo proprio sicuri che sia questo il modo migliore per garantire qualità e accessibilità? E poi, un’altra domanda: il pubblico, che ancora non riesce a coprire la domanda per l’infanzia 0-6 anni, invece di migliorare se stesso, distribuisce fondi alle paritarie, ma lo fa con il metro della redistribuzione sociale, come fosse un ufficio di welfare e non un attore educativo.

Intanto, mentre si calibrano i finanziamenti al millesimo in base agli Isee, il 44% dei bambini udinesi frequenta una scuola paritaria. Segno che la domanda esiste, che le famiglie scelgono, che la libertà educativa ha un peso. Forse, anziché affogare nel delirio regolatorio, bisognerebbe domandarsi: come mai, dopo tanti proclami, il pubblico non è ancora in grado di rispondere adeguatamente a questa esigenza?”*

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